IMMIGRAZIONE E INTEGRAZIONE: LA LEGA HA AVUTO RAGIONE
martedì, 2 febbraio 2010
[inviato da Giuseppe Ferro]
Dopo anni in cui in nome dell’integrazione islamica in Europa si sono cancellati troppi nostri simboli, nostre usanze e feste, finalmente si inizia a ragionare su quale deve essere la linea che delimita una giusta integrazione. Dobbiamo ringraziare il parlamento francese che ha deciso di vietare il burka nei luoghi pubblici ( scuole, ospedali, uffici pubblici, aeroporti,) una decisione sofferta e delicata in una nazione dove i mussulmani sono più di sei milioni!!!!
Ci si integra a casa nostra se si rispettano le nostre regole, non dobbiamo essere solo noi a cercare di comprendere gli altri, ma sono gli altri che devono comprendere ed accettare le regole della nostra società. Pensando alle battaglie della Lega Nord sul burka, sulle moschee, sul diritto di esporre i crocefissi nei luoghi pubblici, di poter continuare a chiamare le vacanze di Natale e non vacanza invernali, e quelle di pasqua che sono di Pasqua e non di primavera, sembra che un’ondata di leghismo stia iniziando ad attraversare l’Europa.
Per anni siamo stati tacciati di razzismo ed egoismo. Noi sapevamo che non era così adesso se ne accorge tutta l’Europa che inizia a capire che i modelli di integrazione francese (assimilazionista), inglese e olandese (multiculturista9 sono falliti: avevamo ed abbiamo ragione, l’unico modello che può funzionare è il modello della Lega Nord
Ferro Giuseppe
militante Lega Nord Adria
3 commenti a “IMMIGRAZIONE E INTEGRAZIONE: LA LEGA HA AVUTO RAGIONE”
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LEGGE E DIRITTI
Burqa, un’opinione diversa
di Eleonora Gitto [29 gen 2010] (da “Cronache laiche”)
A chi è capitato di andare in Iran o nei paesi arabi in cui c’è l’obbligo, per la donna, di coprirsi, saprà che questo tipo d’imposizione è vissuta come una violenza. Abituate ad andare in giro sotto il sole con pantaloncini, infradito e top minuscoli, l’idea del solo chador o chadar (persiano), quella sorta di mantella o foulard che le donne devono indossare quando devono comparire in pubblico, fa inorridire. Se a questo si aggiunge anche che sopra i jeans e la maglietta bisogna mettere una specie di kaftano e tenere rigorosamente coperti piedi e caviglie, si rizzano i capelli in testa. Ma lo facciamo, e ci rendiamo anche conto che, passati i primi giorni, non ci facciamo più caso. In fondo l’essere umano è uno splendido animale abitudinario. Ma noi siamo turisti: sappiamo che, per correttezza verso il paese che ci ospita, dobbiamo osservare le sue regole per un periodo di tempo, ancorché limitato. Ma, al contempo, non possiamo fare a meno di chiederci cosa faremmo se fossimo sottoposti a quest’imposizione tutta la vita. Di primo acchito la risposta è: la rivoluzione. Per noi è impensabile, inumano, incivile, violento. Ma noi sappiamo che c’è un altro modo di vivere. Sappiamo che esiste la libertà di scelta, sappiamo che nessuno può decidere per noi, nessuno può dirci cosa fare, cosa indossare, in cosa credere. Ma chi conosce solo quella vita, solo quelle regole che fanno parte della “normalità” della loro vita, chi non sa, il problema se lo pone?
E’ questo il quesito che ci dovremmo porre. La questione del “burqa sì, burqa no” che sta affollando le pagine dei giornali in questi giorni, è una questione che tocca le donne, per lo più afgane (ma non solo) che vivono in Europa.
E’ innegabile che noi occidentali al burqa associamo la violenza, la prevaricazione, la bestialità dei Talebani. D’altra parte sono stati loro ad imporlo. Non è un simbolo religioso, infatti nella “Sura 24 – versetto 31”, cioè in un passo del Corano, si legge: “Le donne si coprano con i veli del capo entrambi i seni, non facciano mostra di ornamenti femminili se non ai mariti” e a una cerchia di familiari. Nella Sura 33 al versetto 59 si legge: “O profeta, di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; essi permetteranno di distinguerle dalle altre donne e di far sì che non vengano offese”.
La prima volta che venne imposto in Afghanistan fu all’inizio del 1900 durante il regno di Habibullah, il quale pretese che le duecento donne del suo harem ne facessero sfoggio, in modo tale da non indurre in tentazione gli uomini quando si fossero trovate fuori dalla residenza reale. Così diventò un capo di abbigliamento per le donne dei ceti superiori. Successivamente, come sempre accade con le mode di qualsiasi genere e in qualsiasi tempo (vedi l’orologio sul polsino lanciato dal defunto Gianni Agnelli), i ceti elevati iniziarono a non farne più uso, ma nel frattempo era diventato un capo ambito dai ceti poveri.
Quando, dopo la guerra civile, si insediò il regime teocratico dei Talebani, il burqa fu imposto a tutte le donne con il divieto assoluto di mostrare il volto. Quindi divenne il simbolo di violenza e di sottomissione e, di rimando, il suo rifiuto diventò il rifiuto al regime talebano. Cioè un atto politico. Questa la storia.
Ora su questo si è scatenato un dibattito, partito dalla Francia, in tutta Europa, inclusa Italia e Vaticano; ognuno dice la sua. André Gérin, presidente della commissione che in Francia sta discutendo la legge “anti-burqa”, parla di simboli che offendono i valori nazionali di un Paese che fonda le sue radici nella laicità dello Stato.
“Non possiamo accettare nel nostro Paese – aveva detto Sarkozy nei giorni scorsi – delle donne prigioniere dietro una griglia”. E mentre lo dice rafforza la linea dura nei confronti dell’immigrazione clandestina e tuona “Non lascerò la Francia disarmata di fronte al fenomeno di sbarchi clandestini come quelli che ha conosciuto l’Italia”.
La Gelmini scopre che l’Italia è un Paese civile, per cui è insopportabile vedere in giro donne dietro una griglia. Anche la Chiesa ha detto la sua, infatti per bocca di monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti fa sapere che “la disposizione francese è giusta”, e aggiunge “Io andrei nella stessa linea, nel senso che credo che debba essere vietato il velo integrale nei luoghi pubblici. Anche per una questione di sicurezza, ma non solo per questo aspetto soprattutto per l’aspetto dell’unicità del volto”.
Condivisibile, se non fosse che associare il burqa alla sicurezza è davvero difficile. Fa un po’ sorridere immaginare che donne bardate in tal guisa, possano presentarsi a fare rapine o altri atti criminali. L’abbigliamento non ne agevolerebbe la fuga in nessun modo.
Ma, ironia a parte, c’è da chiedersi se è venuto in mente a qualcuno di chiedere alle donne, dirette interessate, cosa ne pensano o cosa ritengono sia meglio per loro. Potrebbero avere voglia di liberarsi di questi impedimenti, esattamente come molte suore cattoliche, a cui è imposto velo e “saio” (e questi sì che sono simboli religiosi); potrebbero desiderare di agghindarsi in un altro modo; oppure, al contrario, potrebbero sentirsi a loro agio, per abitudine, per tradizione ormai consolidata nelle loro menti o per miliardi di altri motivi.
Sicuramente chi è ospite in un paese deve rispettarne le regole e altrettanto sicuramente un paese civile deve ripudiare gli atti di violenza e adoperarsi affinché sia abolita ogni azione di violenza e di oppressione perché ad ogni persona che vive nel suo territorio siano garantiti diritti e libertà e sicurezza. E se dietro al burqa si nasconde la sottomissione brutale e inumana della donna è giusto che un paese civile e democratico si ponga il problema. Ma perché farlo con una legge che vieta l’utilizzo del burqa, entrando in una sfera che potrebbe essere personale? L’esempio della Danimarca in questo caso è illuminante. Non faranno una legge anti-burqa, perché hanno già fatto leggi, che senza correre il rischio di entrare a gamba nella sfera intima delle persone (pratica cui siamo abituati, vedi i temi etici), hanno tutelato i valori sui quali è costruita la società della penisola nord europea con leggi che permettono a scuole e a datori di lavoro, pubblici e privati, di richiedere a studenti, insegnanti e dipendenti di mostrare il volto. In questo modo garantiscono alla donna il diritto di interagire nella società danese su un piano di parità con uomini o donne che non lo indossano, e non entrano nella scelta personale di proibire che, nel privato, la scelta di fare ciò che più ritengano opportuno, secondo tradizioni, credo e quant’altro. Inoltre bisogna anche dire che il processo d’integrazione in questi posti è così avanzato (centri d’integrazione sociale, scuole, centri culturali, cooperazione, ecc.), che nessuno potrà vivere questo divieto come imposizione. Cosa che potrebbe accadere con una legge specifica anti-burqa, che potrebbe (paradossalmente) suonare addirittura come razzista. E visto l’ondata anti-straniero che aleggia su tutta Europa, Francia compresa, non è tanto peregrino questo sospetto.
Sarebbe bello se davvero l’intento che anima questo dibattito fosse davvero l’interesse delle donne. Sarebbe bello se, eliminato il burqa, si estirpasse il problema della violenza fisica e psicologica delle donne islamiche. Ma è davvero così? E perché tanto chiasso intorno a questa vicenda? Perché è un simbolo islamico? E perché si parla solo del burqa, come simbolo di violenza e d’illegalità e non si affronta sul serio una piaga che è ben più dolorosa, mutilante e di una violenza inenarrabile? L’infibulazione. Forse perché il burqa si vede e l’infibulazione no? O forse si pensa che nei nostri paesi europei tanto civili non viene praticata?
Per chi ha obliato cosa significa questa pratica, Gelmini compresa, è bene ricordare in cosa consiste: prendono una bambina e le mutilano gli organi. Le asportano il clitoride, le piccole labbra e parte delle grandi labbra vaginali, con il metodo della cauterizzazione. Poi le cuciono la vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.
Ma su questo argomento non si scatena nessun dibattito, non si fanno testi di legge. Qualcuno dirà ogni tanto che è una pratica esecrabile, ma di atti concreti non ce n’è nessuno. Ci sono di mezzo le parti intime, argomento troppo delicato per essere affrontato da benpensanti bacchettoni, soprattutto se affiliati del clero: tutto sommato, meno si fa sesso e più si guadagna il regno dei cieli.
In tutto questo argomentare, torniamo alla domanda iniziale: è giusta una legge anti-burqa? No. E’ giusto che si rispettino i valori dei paesi ospitanti? Si, ma le leggi devono dettare gli obblighi che hanno i cittadini verso il paese che il ospita, chiedendo loro il rispetto dei suoi valori e dei suoi principi democraci. Le leggi devono, in poche parole , regolamentare il comportamento nel pubblico, non possono toccare la sfera privata.
E’ giusto che le donne si liberino del burqa? Dal punto di vista occidentale, assolutamente sì, soprattutto per il significato che noi gli attribuiamo. Dal punto di vista delle donne islamiche? Non sappiamo rispondere. Possiamo dire che una cosa ci è davvero chiara: se sul burqa permane qualche dubbio che si possano fare leggi che in nome della sicurezza e della civiltà, rischiano di ledere la libertà di scelta (paradossalmente potrebbe essere anche così); sulla dura condanna dell’infibulazione, che salverebbe da dolorose e laceranti torture fisiche migliaia di donne, non c’è dubbio alcuno che sarebbe un legiferare in direzione dei diritti delle donne e, con i loro, quelli dell’umanità intera.
Il commento di manlio penso abbia dato ampia risposta e contenuto sui quali riflettere specialmente quando si usano parole come LIBERTA’ e DIRITTI.
Penso anche che l’unica maniera affinchè le donne islamiche possano esprimersi al meglio per quanto concerne la loro dignità, e i loro diritti sia quella di concedergli l’espressione del voto specie nel nostro paese.
per piacere mai farsi impauirire dai leghisti! fomentano falsi nemici e convincono con queste piccole cose campaniliste, quando sono a favore di mettere una centrale nucleare proprio nel TUO territorio!